Le discussioni con Paolo Augusto

Di
solito a pranzo, a cena, di fronte a un caffè o a un boccale
di birra finisco sempre a parlare di…

Così rimediai il pranzo in una decorosa mensa per impiegati,
cibo non eccellente, ma non prendetemi per un essere gretto e
veniale, feci visita al mio amico per il piacere di ritrovare la sua
compagnia.

In Città conosco un sacco di gente, ho frequentato
l’università qui e vi ho abitato fin quando le delizie di un
welfare (serio) mi hanno dato modo di sviluppare la mia formazione
superiore al pari di tanti altri scioperati mantenuti dai genitori.
Ma anche se possiedo un’agenda telefonica piena di nomi e numeri non
frequento più molta gente: i tempi mutano, le persone cambiano
e francamente non ho molto più da condividere con la maggior
parte di chi ho conosciuto nell’ultimo decennio della mia vita. Come
se non basti, farsi qualche decina di chilometri ogni sera per
consumare birra ai chioschi o sui gradini di un palazzo laico o
religioso che sia, non è più quella gradevole e comoda
abitudine di un tempo.

Però volli rivedere il mio amico perché lo ritengo un
intelligente conversatore, con lui posso discettare di politica con
grazia e profondità, senza essere costretto a mandarlo a fare
in culo dopo due minuti a causa dell’elevata ottusità che
contraddistingue i nostri concittadini, la quale tanto urta la mia
sensibilità. Non è che, sia chiaro, parli solo ed
esclusivamente di politica, anzi, oggi questa proprensione mi
scaturisce unicamente per la presenza di una controparte allettante,
che altrimenti non mi da molti altri argomenti da accompagnare al
cibo.

Io non sono un “politico” nel senso stretto che siamo abituati a
dare al termine in Italia: non ho la tessera di un partito, non
faccio parte attiva di movimenti o associazioni, neanche per quanto
concerne il mio lavoro sono interessato a dare un’occhiata più
approfondita alle associazioni di categoria, tranne quando si tratta
di compilare la dichiarazione dei redditi. Eppure, somma meraviglia,
mi ritengo uno dei pochi “privati cittadini” che ha anche una
sfera politica reale nella sua vita.

In verità, e come avrei potuto fare altrimenti, la politica
l’ho conosciuta ai tempi dell’università. E sì, al
tempo della mia carriera universitaria sono passato per il primo
tritacarne approntato dal governo di allora per distruggere una delle
poche istituzioni che nel Paese, tra le troppe ombre e pochissime
luci, permetteva un minimo di acculturamento e di elevazione civica
del popolo. Quindi allora mi sono dato un po’ da fare per evitare che
cose del tipo “Sistema dei Crediti”, “Tre + Due”, “Corsi di
Specializzazione successivi alla laurea (a numero chiuso e a
pagamento)” e soprattutto “Vai a lezione 10 ore al giorno dal
lunedì al sabato e porta all’esame la fedele riproduzione
delle chiacchiere dei tuoi Chiarissimi Prof. senza aver modo di
raggiungere una tua criticità”, diventassero le pietre
miliari del sistema formativo italiano.

Ovviamente fallimmo miseramente, quelli che sono restati e quelli che
si sono aggiunti continuano a fallire altrettanto miseramente. Col
senno di poi posso affermare santonicamente che abbiamo sbagliato
qualcosa di importante: la strategia. Reclamavamo che la cultura e il
sapere fosse libero nel momento in cui cultura e sapere iniziava a
diventare la più grande fetta di mercato mondiale. Contestiamo
il fatto che esistano Scienziati della Comunicazione che lavorano
precari nei call-center, quando invece si dovrebbe fare piazza pulita
della cultura, nelle forme di costruzione e di veicolazione così
come sono arrivate alle soglie del XXI secolo e ricostruirle da capo.

Mi sento fico a sparare così alto ora che credo di essermi
tirato fuori dalla cultura accademica e istituzionale? Forse. Però
sono certo di sentirmi con la coscienza a posto. Avrei potuto
continuare a impegnarmi in politica, ma poi sono successe delle cose
e ho avuto delle esperienze…

Ora come ora mi sento O.K. Sono un privato cittadino con una idea ben
chiara sui miei bisogni e sulle mie aspettative e, non ultimo, so
quale è il mio posto, i miei diritti e i miei doveri in una
società democratica. Non disdegno di dichiararmi quando vado a
votare. Dico spesso “il partito che io voto”, e fate attenzione:
è una formula che ho scelto mutuandola da certe persone che si
riferiscono alle loro ex-mogli chiamandole “la madre di mia/o
figlia/o”. Non è un granché, lo riconosco, ma è
pur sempre meglio della smaliziata scaltrezza della maggior parte di
noi tutti alle elezioni amministrative.

Oltre a questo non mi fa schifo mettere la mia firma quando lo trovo
giusto, o scrivere un articoletto di un paio di cartelle per una
sconosciuta e-zine o altra pubblicazione (diamine, dopotutto
ho il diritto di ritenermi un intellettuale), e anche – perché
no – quando mi gira vado pure in corteo, alle manifestazioni, ai
convegni (ma questi solo se sono interessanti).

Sono andato persino a votare alle Primarie dell’Unione. E mi ricordo
bene di un discorso che feci più o meno a quel tempo con
l’amico con cui sono a pranzo. Ora lo riesumo dalla memoria quanto
più fedelmente possibile. Mi dispiace se vi state aspettando
una discussione più recente forse dovrei farlo se calcolassi
anche tra quanto tempo questo scritto vi giungerà sotto gli
occhi. Tuttavia, quando arriverete in fondo al discorso, spero che
avrete modo di capire che la discussione in oggetto tanto vecchia e
superata non è.


"Ovviamente
si vince, voglio vedere se Berlusconi non va a casa questa volta". disse lui.
"Be’
è da vedere", risposi al mio amico "Del resto queste
Primarie Berlusconi le aveva già svuotate di contenuto prima
che si facessero. Però sono andate bene ugualmente"
"Come?"
"Come,
come? Sta cambiando la legge elettorale in modo che, se perde, ‘perde bene’".
"E
come sarebbe questa legge nuova? Ancora non sono riuscito a dargli
un’occhiata".
"Molto
semplice: proporzionale puro con premio di maggioranza. Ah! Liste
bloccate e sbarramento al 2%".
"Cioè?"
"Cioè
non si mettono le preferenze sulla scheda, sbarri solo il simbolo e
poi, quando si fanno i conti, si ripartiscono i seggi
proporzionalmente tra i partiti e i loro candidati".

A questo punto al mio amico ebbe un sussulto.

"Ma
così i piccoli partiti sono assolutamente penalizzati".
"Esattamente:
una belle legge ab personam, come sempre".
"E
ma così a sinistra resterebbero visibili solo i DS e
Rifondazione".
"Meglio
no?"
"E
insomma…Certo che senza i partiti moderati con…Con il giusto
peso sarebbe un po’ difficile governare".
"Ma
anche no! Dài su, sai benissimo come la penso: il
centrosinistra può vincere, ma per me il ‘Mortadella’ al
governo dovrebbe fare molto di più che riportare Luttazzi e i
fratelli Guzzanti in Televisione o lasciare la Bocassini e Colombo a
briglia sciolta. È fondamentale…"
"Ma
cosa c’entra questo! Certo che deve fare di più, però
devi capire che non si può governare l’Italia senza sapere
che è un paese fondamentalmente moderato. Ma possibile che tu
non voglia mai fidare?"

Ecco una bella differenza tra il mio amico e me. Abbiamo avuto una
formazione intellettuale comune, molte delle cose che piacciono a me
piacciono anche a lui, ma io vengo da fuori, dalla Campagna. Nei miei
geni c’è la cultura contadina, quella dei poveracci che se la
sono sempre presa in quel posto e non si sono mai fidati del potere e
delle classi dirigenti. Per uno come me, ma credo che dovrebbe valere
per tutti, In Italia, fidarsi in politica significa affidarsi in mano
a delinquenti, o per davvero vi fidate del fatto che Berlusconi abbia
cercato di convincere Bush a non fare la guerra in Iraq? (Sì
come no, negli stessi termini di D’Alema con Clinton ai tempi della
Jugoslavia). Certo, in un dato momento bisogna prendere una decisione
e questo significa scegliere da chi farsi votare, accettando i pro e
i contro della cosa; ma pensare a Prodi come un a un Tauma-demiurgo,
no, mai.

Riprendiamo col resoconto della discussione
post-primarie/pre-elezioni.

La battuta stava a me:

"Scusa
ma questa cosa su quale libro sacro sta scritta? E soprattutto,
quando è stata deliberata dal centrosinistra come Dogma
Infallibile? Ma non sarà il caso di finirla con questa
storia?"
"Magari,
ma poi hai visto ai referendum sulla procreazione assistita".
"Senti,
lascia pure stare questo discorso che è troppo grosso da
affrontare su due piedi. Ma perdio, come pensi che in Italia possa
aver successo anche un solo referendum di quel tipo, quando dal 1978
in poi i poteri forti si sono messi al lavoro per togliere
all’istituto referendario ogni vero potere di esercizio democratico?
L’aver perso quello sul divorzio è già stato
abbastanza".
"Quindi
la posizione della chiesa non ha avuto un vero effetto?"
"Secondo
me stare dietro quella scrivania ti ha un po’ rincoglionito. Certo
che ha avuto il suo peso, ma tu pensi che dopo la storia dell’ICI le
persone riescano a sopportare tanta arroganza e ingerenza?"
"Ma
non era stata ritirata?"
"Tornerà
fuori in un momento più propizio".
"Allora
bisogna davvero rivedere il Concordato".
"Seeeee,
ma lascia ‘sti discorsi al Cabaret su…Se io andassi al potere il
Concordato lo lascerei così com’è: intonso, ma per
farmici vento d’estate! Ma che cazzo me ne frega di indispettire la
chiesa cattolica quando con una manovra finanziaria posso tagliargli
il 10% dei finanziamenti? Poi vedrai se restano zitti o meno sui
Pacs".
"E
ma allora non sei più un rivoluzionario".
"Se
permetti…Ho la grande tentazione di cavarti un occhio dopo questa
risposta. Io non sono mai stato un rivoluzionario, oppure – il che
è equivalente – io non sono ancora un rivoluzionario. E la
ragione è molto semplice: non ho mai preso in mano un’arma
per fini politici. Il giorno in cui sarò costretto a farlo
diventerò un rivoluzionario".

Tie’: colpito e affondato. Poi ci misi sopra il carico da 11.

"E
comunque è proprio il momento di finirla con questa nenia del
“Centro” perché dopo la stagione della “democrazia
dell’alternanza” che sostanzialmente non ha mai cambiato una fava
sulle politiche economiche europee, i gran padroni delle
multinazionali stanno correggendo il tiro: ora vogliono rifare il
centrismo tale e quale a trenta anni fa. E sai perché? Perché
c’è stata gente come me e te che si è rotta le palle e
dal 2001 in poi è tornata in piazza a cercare di riprendersi
il proprio futuro. Quindi, per evitare – magari venisse – un
governo che si allea con i settori più larghi, popolari e
democratici della società, stanno cercando di creare una base
più larga per le solite politiche di destra. Ora dimmi tu se
te la senti di buttare nel cesso 10 anni della tua vita credendo che
sia pericoloso per la governabilità un Mastella meno forte o
un Rutelli che fa il salto della quaglia da qui a tre mesi. A
proposito io ci gioco 10 euro".

Spiazzato, basito, annientato. Vinsi io. Ma lo convinsi?

P.Ag

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