La vita ha le sue priorità

Buon giorno a tutti, io sono Paolo Augusto (il nome è Paolo).

Questa mattina mi sono svegliato e sul comodino nei pressi del mio letto ho trovato un libro che avevo finito di leggere ieri sera.

Sono un lettore abbastanza vorace rispetto alla vostra media, ma non sono uno di quelli che George Orwell chiamava i ‘feticisti del libro’, ossia quel tipo di gente che programma le sue visite in libreria, vi entra e si dà da fare come in un centro commerciale in quel sabato mattina immediatamente successivo al giorno di paga. No, non acquisto libri a scatoloni e preferisco passare il mio tempo libero a leggere se posso e se voglio piuttosto che abbassarmi al bricolage o al lavoro da impiegato comunale di una biblioteca.

Ovviamente, per esigenze pratiche in casa mia ci sono scaffali e librerie – e diversi scatoloni e anche varie pile di volumi disposti in punti strategici, che rendono gradevolmente insolito l’arredamento – saranno 500 libri di vario genere, ottocento fumetti (perché mi piace leggere pure quelli e si leggono più in fretta), ma il tasso di crescita è iniziato ad assottigliarsi negli ultimi cinque anni, da quando, cioè, il libro è iniziato a migrare dalla carta ai bytes. Non essendo un feticista del libro non disdegno la lettura a video di testi e la contemplazione di tavole scannerizzate. E, cosa più importante, che giustifica tutta l’elucubrazione, in casa mia tra tutti i libri e i volumi presenti l’unico che non ho ancora letto è quello che prima di dormire lascio sul comodino.

Questo però non fa di me un cattivo lettore, un uomo che legge per dire in giro ‘io leggo’. Io amo i libri, amo la letteratura (meglio se fantastica, se americana degli anni ’50 e ’60) la storia e la filosofia (ho preso una laurea in lettere qualche tempo fa). Il mio è un amore così appassionato che questa mattina alle otto e trenta, invece di recarmi al lavoro ho diretto la macchina in Città per andarmi a comprare un nuovo libro.

Ah! Che bello! Che fortunello!

Sì, lo ammetto: mi piace farvi invidia almeno per questo aspetto. Molti di voi lo riterranno futile e sciocco, ma se avrete la pazienza di superare anche questa riga capirete due cose.

In primo luogo credo – e crederete – che io meriti la facoltà di poter non andare a lavorare quando ho voglia o necessità di curare il mio benessere spirituale; in secondo, vi renderete conto che probabilmente questa è una delle poche cose invidiabili.

Partiamo dalle condizioni materiali. Come lavoro sono un artigiano e un negoziante, un piccolo esercente padrone del contratto di affitto del mio stabile. Non è esattamente il lavoro che vorrei fare fino alla fine dei miei giorni ma…ha i suoi lati positivi. Ora non vi mettete a domandarvi in quale settore commerci e come mi vanno gli affari, il giorno in cui entrerò nel mio negozio con la voglia di vergare parole su un editor di testo, vi racconterò tutto con un dettaglio che vi disgusterà fino alla morte. Torniamo a me. In periodi determinati, come per l’appunto questo, quando l’aria mattutina non è più molto frizzante e il giorno ti accoglie avvolgendoti nella foschia umida, non è proprio il caso di dannarsi l’anima per tenere aperta l’attività. Mi barcameno onorevolmente (almeno a mio avviso, ma per molti di voi potrei essere solo un pezzente scansafatiche) con una stagione di otto mesi l’anno.

Il testo si tronca inaspettatamente…continuiamo domani, se mi andrà.

P.Ag


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